Non servono molte parole per descrivere la foto di fianco: un’ape operaia che “bottina” su un fiore.
Un’immagine talmente “classica” che l’evoluzione stessa ha premiato addirittura alcune specie di mosche che, con il succedersi dei milioni di anni, sono riuscite a simulare la medesima scena, ottenendo quindi, con evidente successo, qualche probabilità in più di sopravvivenza.
Ma la “normalità” dell’evento non mi impedisce di ammirare una volta ancora la disposizione dei colori nel corpo dell’insetto, la testa ed il torace neri e lucidi, coperti da una “bionda” peluria, la colorazione prevalentemente gialla dei primi segmenti addominali e nera per gli ultimi (uno degli universali modi di indicare “pericolo” in natura), la velocità del battito delle ali, la robustezza delle zampe.
Tutte le parti dell’ape hanno una loro ragion d’essere, una loro struttura con relativa funzione e sono il risultato di una profonda specializzazione che colloca con precisione questa specie (Apis mellifera) in seno alla nicchia ecologica che occupa nell’ambiente.
Eppure le caratteristiche morfologiche di quest’ape bottinatrice sono solo una parte, solo uno dei modi in cui si manifesta la specie. La loro madre (o sorella a seconda dei casi), cioè la loro regina, ha un aspetto molto diverso.
Senza entrare troppo nel dettaglio, ha un addome molto più grosso per ospitare i numerosi e grossi ovari, che nelle operaie sono (in genere) atrofizzati o silenti. Ha un ovopositore intatto che ha mantenuto la sua funzione originaria (quella appunto di deporre le uova), al contrario delle sue “suddite” nelle quali si è trasformato in un pungiglione.
I maschi della specie (i fuchi) poi, sono un piccolo universo a parte. Sono semplicemente una sotto-casta con l’unica funzione accessoria di assicurare la fecondazione delle regine. Non sempre sono presenti nell’alverare, vengono “prodotti” solo in vista della maturazione di una nuova femmina fertile.
Nascono da uova che la regina “volutamente” non porta a contatto con la riserva di sperma che tiene nell’addome. I fuchi si originano perciò da uova non fecondate e l’embrione maschile ha quindi solo metà del patrimonio genetico delle femmine dell’alveare.
Una caretteristica per tutte (a parte le maggiori dimensioni), che contraddistingue il fuco dagli altri membri della colonia, è quella di avere degli occhi composti così grandi da occupare quasi tutta la superficie del capo.
Deve infatti eseguire nel migliore dei modi l’unico compito per cui è stato fatto nascere: individuare visivamente molto bene una regina in volo caotico in mezzo ad un un nugolo di centinaia di altri fuchi e quindi fecondarla.