Articoli marcati con tag ‘piante’

L’affinità istintiva per la foresta

lunedì, 30 agosto 2010

A mio parere, ma posso sbagliarmi ed essere smentito, nessuna persona sulla faccia della terra può percepire come sgradevole questa immagine, a meno che ovviamente non abbia vissuto traumi particolari legati ad alberi, boschi, ecc..

Ci possono essere, per esempio, opinioni e senzazioni discordanti di fronte ad opere di architettura, a sculture, a dipinti e ad altre espressioni artistiche, ma al cospetto di un bosco verdeggiante non possiamo non riconoscerne, se non la bellezza e una certa capacità gratificante, almeno la facoltà di destare la nostra attenzione ed il nostro interesse, di stimolarci.

A colpo d’occhio la foresta ci sembra naturale, logica, armonica, sensata, ci invita quasi a fare qualche passo al suo interno per guardare meglio gli alberi ed annusare i profumi delle piante, ci spinge ad acuire i nostri sensi e ad aumentare il livello di attenzione, perché sentiamo che è popolata.

La mia impressione è che il cervello umano sia predisporto a considerare automaticamente come familiare e “normale” il paesaggio boschivo. Mi chiedo se questa nostra affinità istintiva (e quindi genetica) con i paesaggi arborei non dipenda dal fatto che qualche milione di anni fa questi ambienti erano la nostra casa, la nostra fonte di cibo e di sussistenza, la nostra normale, e a volte insidiosa, avventura quotidiana.

Infezioni multicolori

lunedì, 16 agosto 2010

Funghi o batteri patogeni hanno infettato la foglia di questa pianticella.

La sintomatologia che ne deriva si manifesta con delle belle macchie policrome che si allargano con l’espandersi dei microrganismi all’interno della lamina fogliare.

La zona gialla ai bordi delle macchie è quella che è stata raggiunta più recentemente dal fungo o dal batterio. Nutrendosi dei tessuti vegetali, i patogeni ne provocano la degenerazione cellulare che si traduce anche nella degradazione del pigmento fotosintetico verde (la clorofilla), da cui la colorazione giallastra.

Immediatamente all’interno del bordo giallo si trova una zona bruna (necrotizzata). Qui il tessuto vegetale è ormai consumato, esaurito e portato alla morte dalla colonia microbica al suo interno. Probabilmente è invaso da masse di batteri o ife fungine che, non potendosi nutrire ulteriormente, si apprestano ad entrare in una fase quiescente o di resistenza oppure si predispongono ad abbandonare il sito di infezione e a disperdersi nell’ambiente circostante.

I punti più chiari, al centro delle macchie, rappresentano le zone dove l’infezione (e quindi anche il sintomo) ha avuto origine. Sono le aree con lo stato più avanzato di degradazione.

Le macchie hanno un contorno irregolare e frastagliato perché i tessuti vegetali attraverso cui si espandono le colonie dei patogeni non sono uniformi. Le nervature della foglia, per esempio, contengono i vasi conduttori lungo i quali scorre la linfa. Queste, di conseguenza, rappresentano delle “corsie preferenziali” grazie alle quali la malattia avanza più velocemente. Ed infatti le punte delle macchie si formano in corrispondenza delle nervature.

I tanti piccoli mondi del bosco

mercoledì, 28 luglio 2010

Alla maniera di grandi mammiferi, quali appunto siamo, fruiamo del bosco nel suo insieme.

Camminiamo ad ampi passi, attraversiamo senza timore aree in ombra e assolate, costeggiamo spediti i torrenti freschi in valli umide oppure percorriamo senza problemi creste ventose e asciutte.

Può piovere, nevicare, far caldo e noi possiamo percorrere i nostri sentieri del bosco con uguale passo, di notte e di giorno, percependo una sensazione generica e abbastanza uniforme di caldo o freddo, secco o umido, ecc.

Immagina invece ora di essere un piccolissimo animaletto, un invertebrato a sangue freddo di meno di un centimetro. Le tue infime dimensioni ti portano ad essere sensibilissimo alla più piccola variazione di temperatura o di umidità.

Sei come una goccia d’acqua che può velocemente evaporare se colpita dai raggi del sole oppure, altrettanto velocemente, può raffreddarsi al di sotto della temperatura “vitale” se esposta alla normale escursione termica giorno-notte.

Se sei come un piccolo invertebrato, essere sulla faccia in ombra di una foglia, piuttosto che sulla faccia illuminata, può voler dire la differenza fra la vita e la morte nel mezzo del giorno, in una calda e assolata giornata estiva.

Se hai bisogno di un’umidità costante ed elevata, al di sotto della quale secchi quasi istantaneamente, vivere protetto nella massa di foglie morte, terra ed humus sul suolo è decisamente meglio che andare incontro ad una fine sicura appena 10 centimetri più in alto, magari sul fusto di una pianta del sottobosco.

Se sei un piccolo volatore a sangue freddo, come una mosca, ti conviene essere in cima alle chiome degli alberi più alti al mattino, quando il sole comincia a scaldare, e sperare che i tuoi muscoli del volo raggiungano la temperatura ottimale prima di quelli dei tuoi predatori; appena un metro sotto, all’ombra delle foglie, saresti spacciato.

Ecco perché il bosco per noi macro-mammiferi è “un bosco“, mentre per gli invertebrati (che rappresentano la maggior parte delle specie animali di questo pianeta) è un insieme stratificato di mondi dai confini spesso invalicabili come barriere.

Ma quali sono questi mondi?
Provo ad elencare quelli che mi vengono in mente partendo dal basso: lo strato umido e buio del terreno superficiale, la massa vegetale morta sul suolo, lo strato erboso delle radure con i suoi vari livelli (in 20 cm di altezza dell’erba ci possono essere variazioni pazzesche dei parametri climatici per la microfauna), lo strato arbustivo, anch’esso con i suoi sotto-livelli, la corteccia degli alberi a varie altezze, le foglie in ombra e quelle al sole, il lato in ombra e quello al sole della stessa foglia…

Se ti vengono in mente altri ambienti possibili, aggiungili pure nei commenti e grazie!

“Pungiglione piante grasse”

lunedì, 26 luglio 2010

Pungiglione piante grasse“, interrogativo rivolto a qualche motore di ricerca nel probabile tentativo di capire cosa siano le spine dei cactus.

Per quello che ne so, sono delle foglie modificate.

La parte verde che vedi nei cactus, anatomicamente, sarebbe un fusto dalle cui gemme latenti nascono delle “foglie” che il lento processo evolutovo ha trasformato genericamente in spine.

Ma le “spine” possono consistere a volte in una lanugine che protegge dall’irradiazione solare e che serve anche a condensare l’umidità dell’aria durante la notte, provocando così un gocciolamento d’acqua verso le radici.

Eliminare le foglie è stato un passo importante per la sopravvivenza di queste piante nei deserti caldi e aridi.

Le foglie, sebbene siano organi molto efficienti nella fotosintesi, hanno bisogno di quantità d’acqua relativamente elevate per funzionare, hanno insomma una vasta superficie traspirante.

Con la loro eliminazione o modificazione in spine, i cactus hanno risolto il problema dell’eccessiva evapotraspirazione, spostando ovviamente la funzione fotosintetica nei loro fusti.

(La foto di questo articolo è di pubblico dominio.)

I minatori delle foglie

mercoledì, 21 luglio 2010

Sono gallerie (mine in gergo tecnico) che puoi trovare nelle foglie di piante arboree o, come in questo caso, erbacee.

Hanno forma varia e sono scavate nello spazio compreso fra le due epidermidi fogliari, quella superiore ed inferiore.

Possono partire da un punto, fare vari ghirigori apparentemente casuali e terminare in “camere” più ampie, oppure allargarsi fin dall’inizio a macchia d’olio, o assumere altre forme.

In ogni caso sono scavate da larve di insetti, detti fillominatori (minatori delle foglie), che si nutrono dei tessuti interni della lamina fogliare.

L’adulto deposita l’uovo sulla foglia e la larva che ne esce si immerge subito dentro la lamina per nutrirsi e per cercare riparo.

La cosa curiosa è che il tunnel inizia sottile e, man mano che viene scavato, aumenta progressivamente in larghezza, segno che il “minatore” mangia e cresce mentre procede dentro i tessuti vegetali.